Dott. Antonello Alessio
Ordine dei Tecnologi Alimentari di Calabria e Basilicata
Via Isabella Pizzi n.5

87055 San Giovanni in Fiore Cosenza
tel. : 328 6732370
mail :antonelloalessio@libero.it antonello.alessio@pec.otabasical.it

giovedì 24 novembre 2011

Asp Catanzaro: corsi gratuiti sulla celiachia per gli operatori alimentari

Il S.I.A.N. (Servizio Igiene Alimenti e Nutrizione) di Lamezia Terme, in collaborazione con l’A.I.C. (Associazione Italiana Celiachia) Sezione Calabria, al fine di garantire la fruibilità e la sicurezza nell’accesso alla ristorazione pubblica collettiva e/o assistenziale, organizza corsi di formazione rivolti agli Operatori del Settore Alimentare per fornire nozioni di base sulla malattia celiaca e sulle modalità pratiche per una corretta preparazione e somministrazione dei pasti onde evitare la contaminazione, anche accidentale, degli alimenti con il glutine.

La celiachia è infatti una intolleranza permanente al glutine, la cui incidenza in Italia è stimata in un soggetto ogni 100-150 e l’unica terapia che garantisce al celiaco un perfetto stato di salute è la dieta senza glutine condotta con rigore.

I Corsi sono erogati in forma gratuita; la prima edizione è prevista per lunedì 28 novembre 2011 dalle ore 15,00 alle ore 18,00, la seconda per il lunedì 16 Gennaio 2012,stesso orario, presso la Sala Riunioni del Dipartimento di Prevenzione ubicata in Lamezia Terme (CZ) in via Sottotenente Notaro 2 (c/o vecchio Ospedale).
Il programma si articola in due sessioni: nella prima verranno fornite nozioni di base sulla celiachia, sugli alimenti naturalmente ed artificialmente privi di glutine e sulla normativa di settore; nella seconda gli operatori saranno messi in grado di conoscere ed applicare le procedure corrette per la preparazione di un pasto senza glutine.

A fine corso, ai partecipanti verrà rilasciato specifico attestato.
Il corso, pur essendo rivolto prioritariamente agli operatori della ristorazione collettiva, è aperto anche a chiunque fosse interessato al tema della celiachia. Gli Operatori del Settore Alimentare che desiderano frequentare il corso sono invitati a segnalare in anticipo - per telefono, fax o e mail - la loro partecipazione. Per ulteriori informazioni rivolgersi ai numeri telefonici 0968-208312; 0968-208310; fax 0968-208305; email sian@asp.cz.it.

mercoledì 23 novembre 2011

Nuova etichettatura prodotti alimentari. Regolamento UE


Oggi è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il regolamento comunitario sulle informazioni alimentari, che introduce degli obblighi per i produttori.
La nuova normativa è dunque in vigore, dopo un lunghissimo e sofferto iter durato quasi 4 anni.
Tempo fino al primo aprile .Essendo un regolamento non ci sarà bisogno della ratifica degli stati membri, ma lo stesso testo del provvedimento chiarisce che anche gli alimenti che non hanno i requisiti richiesti potranno essere immessi sul mercato fino ad esaurimento scorte, e comunque entro il prossimo 1° aprile.


Carni tracciate, i salumi no.
Scatta per le carni l’obbligo di tracciabilità. Il regolamento estende l’obbligo di indicare la provenienza in etichetta di tutte le carni fresche dal maiale al pollame, dall’ agnello alla capra, al pari di quanto è già stato fatto con quella bovina dopo l’emergenza mucca pazza.
Percorso a tappe, invece, per l’estensione dell’obbligo alle altre categorie di prodotto come le carni trasformate in salumi o altro (ci vorranno 2 anni) e il latte e derivati (3 anni). Informazioni nutrizionali Tutti gli alimenti dovranno indicare in etichetta il contenuto energetico e le percentuali di grassi, grassi saturi, carboidrati, zuccheri, proteine e sale. Le informazioni dovranno essere presenti sull’imballaggio in una tabella comprensibile, insieme e nel medesimo campo visivo.
Tutte le informazioni dovranno essere espresse per 100g o per 100ml e potranno, inoltre, essere espresse anche in porzioni.

Etichette più grandi
Finalmente, le diciture obbligatorie sulle etichette dovranno avere caratteri tipografici minimi non inferiori a 1,2 mm, oppure 0,9 mm se le confezioni presentano una superficie inferiore a 80 cm2. La deroga è concessa solo se la superficie della confezione è inferiore a 10 cm2, l’etichetta potrà riportare solo le informazioni principali disposte nella posizione più favorevole.

Allergeni in grassetto etichetta e al ristorante
Obbligo per tutti di indicare l’eventuale presenza di allergeni, che saranno evidenziate nella lista degli ingredienti  per consentire al consumatore di individuarle più facilmente nei prodotti alimentari. L’obbligo scatta anche per i cibi non imballati venduti nei ristoranti o nelle mense.  

Immagini veritiere
Niente più inganni sulle immagini delle confezioni, che dovranno corrispondere al contenuto.

Alimenti tarocchi
Riguardo all’imitazione dei cibi, è stato previsto che gli alimenti simili ad altri, ma  prodotti con ingredienti diversi, come i “simil-formaggi” prodotti con materie vegetali, dovranno essere facilmente identificabili. La carne ottenuta dalla combinazione di più parti di carni dovrà essere indicata come “carne ricomposta”, lo stesso varrà per il pesce, che sarà indicato come “pesce ricomposto”.

Scadenza obbligatoria per tutti La data di scadenza sarà obbligatoria per tutti i prodotti alimentari, anche per quelli confezionati singolarmente. Oggi, solitamente, compare solo sulla confezione grande.

Indicare se c’è caffeina 
Le bibite, escluse tè, caffè e quelle a base di queste bevande, che contengono più di 150 mg/l di caffeina devono riportare la scritta “Tenore elevato di caffeina”, introdotta nel 2003, e l’avvertenza “Non raccomandato per bambini e donne in gravidanza o nel periodo di allattamento”.

Congelati e surgelati più chiari
Gli alimenti congelati o surgelati venduti scongelato deve riportare sull’etichetta la parola “scongelato”. Bisogna indicare giorno, mese e anno di surgelazione o congelamento nei prodotti ittici, nella carne e nelle preparazioni a base di carne surgelati o congelati non lavorati.

lunedì 14 novembre 2011

Tre allerta in un mese: Listeria monocytogenes

Tre prodotti alimentari ritirati dal mercato in meno di un mese. A far paura è la Listeria monocytogenes. Il sistema di allerta alimentare della Valle d'Aosta ha, infatti, segnalato il ritiro di tre prodotti contaminati dal batterio.
Nel primo caso si tratta di ritagli di salmone affumicato in confezione da 250 grammi, distribuito dalla società polacca Mer raliance Pol land SP ZOO (lotto n. 1123APM10W49.N23) e ven duto nei supermercati LD a San Cri sto phe e a Point Saint-Martin. Il secondo prodotto sotto accusa è il Salametto Milano (lotto n. 3425) del salumificio Manuelli di Lenta (Vicenza), venduto nei negozi Gros Cidac di Aosta e da Chuc Gregorio di Quart. Il terzo, infine, è il salmone affumicato Ledun Pescher d'I slande (lotto n. 2441052) prodotto in Francia e venduto nei supermercati So In Gross di Chatillon (Aosta).
Solo sfortunate coincidenze o un'escalation preoccupante? Le notizie che arrivano dagli Stati Uniti non sono rassicuranti: per una partita di meloni del Colorado contaminati dalla Listeria 15 persone sono morte e 84 si sono "soltanto" intossicate. "In realtà spiegano Antonietta Gattuso e Dario De Medici , microbiologi dell'Istituto superiore di sanità la listeriosi è una malattia rara: secondo recenti dati diffusi dall'Organizzazione mondiale della sanità, ogni anno si verificano 5 casi su 1 milione di abitanti contro i 124 casi di salmonella. Però, nella sua forma più invasiva, il tasso di mortalità è alto e si aggira attorno al 20-40% contro lo 0,04% della salmonella". La Listeria monocytogenes è un microrganismo (batterio grampositivo) altamente resistente ai fattori ambientali quali congelamento ed essiccamento, e a differenza di altri batteri cresce e si moltiplica anche a temperature di frigorifero.
Gli alimenti più a rischio sono i prodotti pronti per il consumo, come quelli ittici conservati, quelli lattiero-caseari freschi e a breve stagionatura, vegetali e frutta fresca pronti per il consumo, prodotti a base di carne a breve stagionatura, preparazioni gastronomiche non opportunamente riscaldate. "Se è vero che il batterio è presente in molti prodotti, è anche vero che la tossinfezione è assai rara", spiegano i microbiologi dell'Iss. "Ma ci sono categorie di popolazione più a rischio di altre. È il caso, per esempio, delle donne in gravidanza, dei bambini in età prescolare, degli ultra 65enni e di chi ha un sistema immunitario depresso per altre patologie (cancro, leucemia, diabete, problemi ai reni o al fegato)".
Per queste persone, dicono gli esperti, "la listeriosi può comportare seri problemi , in quanto colpisce il sistema nervoso centrale. Per tutti gli altri, il consumo di alimenti con elevate quantità di Listeria monocytogenes (sopra 1 milione UFC/g) può provocare una classica tossinfezione , con l'interessamento dell'apparato gastrointestinale". Si può ridurre al minimo il pericolo di contrarre la listeriosi? Sì, con gli accorgimenti opportuni. "Le categorie a rischio dovrebbero evitare di consumare i prodotti citati. Per tutti gli altri la regola principale è avere cura nella conservazione degli alimenti, soprattutto nel frigorifero: l'Efsa raccomanda di mantenere la temperatura del frigorifero tra i 4 e i 5 gradi, mentre la maggior parte dei frigoriferi domestici li supera abbondantemente arrivando agli 8", concludono Antonietta Gattuso e Dario De Medici.
Per ridurre il rischio...
● Mangiare cibo ben cotto, perché la Listeria sopravvive alle temperature basse del frigorifero, ma muore con il calore della cottura.
● Evitare gli alimenti che si sanno a "rischio".
● Consumare alimenti appena preparati.
● Evitare di conservare in frigo per molto tempo gli alimenti se non adeguatamente protetti.
● Essere scrupolosi con l'igiene degli alimenti.
● Lavarsi sempre le mani prima di preparare i cibi e dopo aver toccato cibi crudi.
● Non lasciare alimenti cotti fuori dal frigorifero per più di un'ora.
● Non conservare i prodotti cotti a contatto con prodotti crudi.
● Tenere il frigo ben pulito e impostarlo a una temperatura di 5° C.
● Rispettare la scadenza degli alimenti.
● Non adoperare per i cibi cotti gli stessi utensili usati per la preparazione di cibi crudi.
● Pulire molto bene la verdura e la frutta.
● Cuocere bene tutti gli alimenti.
fonte: Il Salvagente

venerdì 4 novembre 2011

Chiarimenti necessari sulla storia del latte scaduto e rimesso in commercio

E' necessario fare chiarezza su una falsa notizia che sta, ormai da tempo, creando inutili allarmismi da parte dei consumatori: la storia parla di un procedimento legale secondo il quale le confezioni di latte scaduto vengono riimmesse nel mercato  dopo un ulteriore processo di pastorizzazione del latte. Per dimostrare la veridicità della tesi si fa riferimento ad un numero o una serie di numeri consecutivi stampati esternamente nel fondo della confezione in tetrapack del latte. Ricordiamo che in Italia ri-pastorizzare il  latte scaduto è un atto illecito e nessun produttore di  latte è autorizzato a tale pratica. 
Le cifre stampigliate sul fondo della confezione del latte ( il Tetrapak ) non sono altro che il numero della bobina che ha stampato la medesima o il sistema di rintracciabilità utile a risalire a quale uggello della macchina di confezionamento ha dato vita alla singola busta.


Ecco testi originali dei due messaggi ingannevoli attualmente in circolazione:

MESSAGGIO  n° 1

“Il latte ha una scadenza. Il latte scaduto non venduto viene mandato di nuovo al produttore che PER LEGGE può effettuare di nuovo il processo di pastorizzazione a 190 gradi e rimetterlo sul mercato.
Questo processo PER LEGGE può  essere effettuato fino a 5 VOLTE.
Il produttore è obbligato a indicare quante volte è stato effettuato il processo, e in effetti lo indica, ma a modo tutto suo, nel senso che chi si è mai accorto che il latte che sta bevendo è scaduto e ribollito chissà  quante volte? Il segreto è guardare sotto il tetrabrick e osservare i numerini.
Ci sono dei numeri 12345. Il numero che manca indica quante volte è scaduto e poi ribollito il latte.
ES. 12 45 manca il “tre”: scaduto e ribollito 3 volte.
Ma non finisce qui, perché in uno scatolo da 12 buste ci saranno alcune buste dove manca il numero e altre dove ci saranno tutti i numeri.
Attenzione tutto lo scatolone avrà  ricevuto questo trattamento. In questo modo le aziende si arricchiscono, riciclando di fatto il latte scaduto, e chi ne paga le conseguenze siamo noi che di fatto beviamo acqua sporca.
DIFFONDETE.”

MESSAGGIO  n° 2


  “Il latte in cartone, quando non è venduto dopo un determinato termine di tempo è rispedito in fabbrica per essere pasteurizzato un’altra volta…Questo processo può ripetersi fino a 5 volte, cosa che conferisce al latte un sapore diverso da quello iniziale, aumentando la possibilità di cagliare e riduce significativamente la sua qualità, nonché anche il valore nutritivo diminuisce…
Quando il latte ritorna sul mercato, il piccolo numero che vedete dentro il cerchietto nel file allegato viene modificato.
Questo numero varia da 1 a 5.
Sarebbe conveniente comprare il latte quando il numero non supera il “3″. Numeri superiori comportano una diminuzione nella qualità del latte. Questo piccolo numero si trova nella parte inferiore del cartone; se compri una scatola chiusa, è sufficiente controllare uno dei cartoni, tutti gli altri avranno lo stesso numero.
Ad esempio: se un cartone ha il numero 1, vuol dire che è appena uscito dalla fabbrica; ma se ha il numero 4, significa che è già stato pasteurizzato fino a 4 volte ed è stato rimesso sul mercato per essere venduto…”


In merito è intervenuto il Dottor Denis Avanzi, Responsabile Qualità R&S – Centrale del latte di Torino & C Spa – spiegando che è si possibile che i contenitori del latte riportino dei numeri sul fondo del pacchetto e che il significato di questi numeri può variare a seconda della tipologia del prodotto e dell’azienda produttrice, ma che in ogni caso sono impiegati per favorire o garantire la rintracciabilità del prodotto o dei contenitori utilizzati.
Il Dottor Avanzi cita due esempi concreti per smentire questa bufala:
  1. nel caso del latte fresco pastorizzato il numero stampato sul fondo si riferisce al dosatore della macchina di confezionamento (ogni macchina ha 4 dosatori, quindi è normale trovarne uno di questi). Se un consumatore dovesse segnalare un’anomalia, mediante questo numero si risale al dosatore utilizzato per riempire il pacchetto. Per quanto riguarda il numero delle pastorizzazioni la normativa in vigore è molto chiara: si può commercializzare solo latte fresco pastorizzato che abbia subito un unico trattamento termico, a partire dal latte crudo.
  2. nel caso del latte UHT (a lunga conservazione) il numero, se è presente (e non è detto che lo sia) viene impresso dalla cartiera della Tetra Pak (azienda che fornisce i contenitori).
    Anche in questo caso è utile per garantire la rintracciabilità dei contenitori. Infatti il numero (da 1 a 5) si riferisce al taglio della bobina originaria (ogni bobina viene tagliata in 5 strisce).



fonte: codacons piemonte

La diagnosi della celiachia




 Nel soggetto geneticamente predisposto l’introduzione di alimenti contenenti glutine (quali pasta, pane, biscotti) o anche tracce di farina ricavata da cereali vietati, determina una risposta immunitaria abnorme a livello dell’intestino, cui consegue una infiammazione cronica con scomparsa dei villi intestinali.
Importanti, e qualche volta irreversibili, sono le malattie determinate da una diagnosi tardiva: osteoporosi, infertilità, aborti ripetuti, bassa statura nei ragazzi, diabete mellito, tiroidite autoimmune, alopecia, epilessia con calcificazioni cerebrali e linfoma intestinale.
Non sempre la celiachia si presenta in modo palese.

Infatti le sue forme cliniche possono essere molteplici. La forma tipica ha come sintomatologia diarrea e arresto di crescita (dopo lo svezzamento), quella atipica si presenta tardivamente con sintomi prevalentemente extraintestinali (ad esempio anemia), quella silente ha come peculiarità l’assenza di sintomi eclatanti e quella potenziale (o latente) si evidenzia con esami sierologici positivi ma con biopsia intestinale normale.
La diagnosi di celiachia si effettua mediante dosaggi sierologici: gli AGA (anticorpi antigliadina di classe IgA e IgG), gli EMA (anticorpi antiendomisio di classe IgA). Recentemente è stato messo a punto un nuovo test per il dosaggio di anticorpi di classe IgA, gli Anti-transglutaminasi.
Per la diagnosi definitiva di celiachia è però indispensabile una biopsia dell’intestino tenue con il prelievo di un frammento di tessuto, dall’esame istologico del quale è possibile determinare l’atrofia dei villi intestinali.


A.I.C. Associazione Italiana Celiachia

lunedì 24 ottobre 2011

La liquirizia contro i sintomi della menopausa.



L'assunzione di estratti di radice di liquirizia potrebbe contribuire a ridurre fino all’80% vampate di calore, sudorazione improvvisa e disturbi del sonno cioè i sintomi caratteristici delle donne in menopausa.
I ricercatori della University of Southern California, hanno presentato i dati preliminari durante il congresso annuale dell’American Society for Reproductive Medicine su un campione di 51 cinquantenni che presentavano modesti sintomi di sindrome mestruale, con circa dieci vampate al giorno.
Le donne, sotto osservazione per un anno, hanno assunto quotidianamente 50 mg di estratto di liquirizia avvertendo una riduzione dell’80% dei fastidi della menopausa e riferiscono di essersi svegliate soltanto una o due volte rispetto alla media precedente di quattro volte a notte. «Le signore hanno avvertito la differenza» spiega Donna Shoupe, una delle autrici dello studio, che ha rivelato anche un possibile effetto positivo della liquirizia sulla fragilità ossea.
Restano comunque ancora molti dubbi: il campione di studio era limitato e l’effetto del placebo, una pillola senza principio attivo, somministrato a un gruppo di controllo ha avuto un effetto quasi simile, facendo emergere la forte componente emotiva nei disturbi legati alla menopausa noti da tempo agli specialisti.
La marcia in più della liquirizia, spiegano i ricercatori, potrebbe essere quella di offrire un’alternativa alla cura standard, la terapia ormonale sostitutiva, da tempo sospettata di provocare alcune forme di cancro. Attenzione, però, perchè anche i farmaci naturali comportano rischi: la liquirizia, per esempio, può essere controindicata per chi ha palpitazioni frequenti e tachicardia.

venerdì 11 marzo 2011

Oleocantale : L'olio di oliva come antidolorifico naturale


 Una ricerca americana ha indagato sui benefici per la salute dell'olio extravergine di oliva concludendone una teoria in base alla quale un composto dell’olio, l'oleocantale, la cui asprezza induce una forte sensazione di acidità al livello della gola non dissimile rispetto a quella determinata da soluzioni dell’ibuprofene, agirebbe come anti-infiammatorio naturale con una potenza ed un profilo incredibilmente similari a quelli del farmaco anti-infiammatorio.
oleocantale
Anche se strutturalmente differenti, entrambe le molecole inibiscono i medesimi enzimi cicloossigenase (COX) nel processo della biosintesi delle prostaglandine.
Si ritiene che l’agente presente nell’olio extravergine di oliva responsabile dell’irritazione della gola sia la forma dialdeica di deacetossina – listroside aglicone (ovvero, oleocantale, ove oleo sta per olio, cant- sta per filo e al- per aldeide). Per confermare questo, è stato isolato oleocantale da vari oli di oliva di qualità e ne è stata misurata la relativa intensità quale agente irritante della gola. E’ stato anche rilevato che l’intensità dell’irritazione era direttamente proporzionale alla concentrazione di oleocantale.
Nonostante tale risultato abbia indicato che l’oleocantale sia probabilmente il principale componente irritante dell’extravergine di oliva, è possibile che la sensazione di bruciore sia causata dalla co-eluizione di un componente secondario e cioè da una mistura di componenti. Pertanto, è stata realizzata una sintesi di oleocantale de novo, attribuito la stereochimica assoluta  e verificato le proprietà irritanti della gola di tale oleocantale sintetico, sciolto in olio di mais non irritante. L’effetto era comparabile a quello dell’oleocantale contenuto nell’olio extravergine di oliva di qualità, ed era anche correlato alla concentrazione.
Quaranta anni fa è stato rilevato che l’acidità di determinati composti era correlata alla relativa attività farmacologica. Sulla base delle loro proprietà irritanti condivise, si è verificato se l’oleocantale potesse riprodurre gli effetti farmacologici dell’ibuprofene, un potente modulatore dell’infiammazione ed analgesico.
I risultati raggiunti hanno testimoniato la possibilità che il consumo a lungo termine dell’oleocantale potrebbe aiutare a proteggere da alcune malattie grazie alla sua attività inibitoria di alcuni enzimi simile a quella dell’ibuprofene. Se si assumono quotidianamente 50 g di olio extravergine di oliva che contengono fino a 200 µg per ml di oleocantale, quantitativo assorbito per il 50%-90%, allora questo corrisponderebbe ad un’assunzione di fino a 9 mg al giorno. Tale dose è relativamente bassa, corrispondendo a circa il 10% del dosaggio di ibuprofene raccomandato per gli adulti per la cessazione del dolore, ma è risaputo che basse dosi di aspirina, che rappresenta ad esempio un altro inibitore, regolarmente assunte, conferiscono beneficio all’efficienza cardiovascolare.
L’ibuprofene è associato ad una riduzione del rischio di sviluppare alcuni tipi di cancro e dell’aggregazione delle piastrine nel sangue.
Si ritiene che la dieta mediterranea, ricca di extravergine di oliva, conferisca vari benefici alla salute, alcuni dei quali sembrano coincidere con quelli attribuiti a farmaci anti-infiammatori non steroidei.
La scoperta dell’attività inibitoria dell’enzima COX in un componente dell’olio extravergine di oliva offre una possibile spiegazione meccanicistica di tale collegamento.

mercoledì 9 marzo 2011

OLIO : Il Reg. Ue 61/2011 tutela il consumatore, parola di tecnologo alimentare

 Si è scritto tanto sull’olio deodorato e sulla nuova direttiva Ue che ne autorizzerebbe la commercializzazione. È vero che le leggi sono soggette a interpretazione, ed è anche vero che l’Italia è un popolo di creativi, ma questa volta chi ha diffuso la notizia di creatività ne ha messa forse troppa e di buon senso forse poco.
 
 
 
 
Troppa fantasia e poco buon senso. La dimostrazione è che il Regolamento è una direttiva europea, ma chi ha gridato allo “scandalo” è stata l’Italia, da sola.
Ho provato a cercare informazioni sulla questione in lingue diverse dall’italiano, ma, per lo meno su internet, non ho trovato niente.
Come dice Luigi Caricato, con la sua solita eleganza, nel suo articolo di sabato scorso, che condivido pienamente, (link esterno): “se il resto d’Europa, e aggiungerei del Mondo, ci leggesse, si divertirebbe un mondo e penserebbe che l’Italia è proprio popolata da tipi stravaganti”

Una carrellata di titoli: “L’olio taroccato diventa legale. Bruxelles autorizza i deodorati” (link esterno); “La bufala della legge europea che tutela l'olio extra vergine dilaga sui giornali. E' vero il contrario, l'olio deodorato è diventato legale” (link esternoè-diventato-legale.html); “Olio d'oliva, Ue autorizza quello "deodorato" di scarsa qualità” (link esterno); “Olio, Cia: con i "deodorati" l'Ue non tutela l'extravergine di qualità e alimenta le truffe” (link esterno); “Sicurezza alimentare: olio d’oliva deodorato come extravergine, è truffa legalizzata” link esterno Si tratta solo di alcuni tra i vari titoli apparsi sui media in questi giorni.

Il Regolamento Ue 61/2011, in realtà, non fa altro che introdurre un nuovo parametro, che prima non esisteva. Non ha innalzato dei limiti esistenti, come alcuni comunicati stampa fanno pensare. Ha introdotto dei valori per gli alchil esteri, ossia per i metil esteri degli acidi grassi (MEAG) e gli etil esteri degli acidi grassi (EEAG), indici, soprattutto il secondo, di fermentazione delle olive e di conseguente compromissione dell’olio che se ne ottiene. Il valore introdotto è MEAG + EEAG ≤ 150 mg/kg.
Un olio non deodorato con questi livelli di alchil esteri sarebbe un olio con un’intensità del difetto cosiddetto di “riscaldo” tale da renderlo classificabile, nel migliore dei casi, come olio vergine, più probabilmente come olio lampante, ossia, per la legge, non commestibile.

Se i valori alchil esteri fossero gli unici valori per la classificazione degli oli provenienti dalle olive, allora sarebbe giustificato l’allarmismo. Si autorizzerebbe, in questo caso, non solo la commercializzazione di oli deodorati, ma anche di oli lampanti. Bisogna però ricordare che oltre al nuovo parametro, rimangono in vigore tutti gli altri già esistenti. Sono 28 i parametri che un olio deve rispettare per essere classificato come extravergine. Tra questi: acidità, indice di perossidi, k232, k270, analisi sensoriale, … e deve rispettarli TUTTI.

La deodorazione è un trattamento di tipo fisico che, usando basse pressioni e alte temperature, “strippa” via i cattivi odori dell’olio. È un trattamento che altera comunque la qualità dell’olio e rimane un trattamento fraudolento, non è però un trattamento chimico, come si è letto in questi giorni. L’obiettivo è quello di nascondere, almeno temporalmente, all’analisi sensoriale, il difetto del riscaldo. Questo difetto viene però rivelato con l’analisi degli alchil esteri. Il nuovo parametro introdotto dal Regolamento, quindi, non fa altro che fornire uno strumento ufficiale per individuare la presenza di oli deodorati, di conseguenza tutela il consumatore.

Che qualcuno non sia pienamente d’accordo sui valori dei limiti di alchil esteri introdotti è comprensibile, meno comprensibile è creare incertezze ed allarmismi gratuiti nei consumatori e screditare l’Unione Europea senza motivo.

Negli ultimi anni l’Unione Europea ha progressivamente reso più severi i parametri che definiscono le categorie degli oli vergini. Fino al 1997, per esempio, oltre alla categoria dell’extravergine, vergine e lampante, esisteva anche il vergine corrente, la cui acidità massima era di 3,3%, ossia, veniva considerato commestibile un olio con il 3,3% di acidità oleico libero. Con il Regolamento 1513/2001, quest’ultima categoria è stata eliminata e un olio con più del 2% in acidità libera non è più considerato commestibile ed è destinato alla raffinazione. Questa modifica aveva l’obiettivo di aumentare la qualità degli oli commercializzati e di tutelare il consumatore, così come lo sta tutelando il Regolamento Ue 61/2011. È possibile ed auspicabile che con il tempo i valori degli alchil esteri vengano ridotti, com’è avvenuto per altri parametri, per ora però dovremmo solo essere contenti di avere uno strumento ufficiale di rilevazione degli oli deodorati che fino ad ora non c’era.

La stessa definizione di olio vergine d’oliva (*), sempre dell’Unione Europea, non ammette in alcun modo la commercializzazione di oli deodorati. Il polverone sollevato in questi giorni, per lo meno sulle cattive intenzioni dell’Unione Europea, si può quindi considerare frutto di fantasia. Il problema dell’olio deodorato è invece una realtà e di questo le autorità se ne stanno facendo carico.

I problemi del mondo dell’olio sono più gravi di una mal interpretazione della legge, e non ultimo è proprio il prezzo. Il prezzo al quale viene pagato l’extra vergine al produttore. In molti dei comunicati stampa circolati in questi giorni si legge che la truffa dell’olio deodorato porterebbe nelle tasche dei truffatori ingenti guadagni in virtù dell’enorme differenza di prezzo tra l’extravergine e l’olio deodorato. Questa differenza varierebbe, a seconda della fonte, tra il 30-40% e il 300%.
Se fosse effettivamente così probabilmente ci sarebbe sul mercato molto più olio extravergine vero. Le attuali tecnologie di estrazione consentirebbero di ottenere una percentuale di olio extravergine molto più elevato di quello attuale. La questione è che la differenza di prezzo pagata al produttore tra extravergine e vergine/lampante non supera in molti casi il 5% (non ho dimenticato nessun decimale). Con questa differenza, e lo dice chi per la qualità dell’olio sono più di due lustri che ci lotta in campo e non sulla carta, il produttore perde qualsiasi romanticismo e preferisce applicare parametri di estrazione piú drastici per ottenere un rendimento maggiore, tanto la qualità non paga, per lo meno non al produttore, non all’oleificio. Io non smetto di lottare e credere nella qualità, ma come dare torto al produttore.

Altra precisazione: l’accatastamento delle olive in enormi cumuli sotto il sole cocente dell’Andalusia - che a novembre tanto cocente non è -, fa parte dell’immaginario collettivo italiano e della storia spagnola.




(*) Sempre bene ricordare: “Si definiscono oli di oliva vergini gli oli ottenuti dal frutto dell’olivo soltanto mediante processi meccanici o altri processi fisici, in condizioni che non causano alterazione dell’olio, e che non hanno subito alcun trattamento diverso dal lavaggio, dalla centrifugazione e dalla filtrazione, esclusi gli oli ottenuti mediante solvente o con coadiuvanti ad azione chimica o biochimica o con processi di riesterificazione, e qualsiasi miscela con oli di altra natura”. 

di Daniela Capogna
Tecnologa Alimentare, specialista in Olivicoltura ed Elaiotecnica http://www.tecnologialimentari.it
05 Marzo 2011 Teatro Naturale n. 9 Anno 9

 

lunedì 14 febbraio 2011

Luigi Moio - L’aroma varietale del vino e l’influenza di variabili tecnologiche sulle caratteristche sensoriali dei bianchi campani

Relazione del Prof. Luigi Moio,Ordinario di Enologia alla Facoltà di Agraria a Portici, al convegno organizzato da Assoenologi ad Avellino inerente gli aspetti tecnico-specialistici per il miglioramento di vini Bianchi e Spumanti.



L’AROMA DEL VINO
L’insieme delle caratteristiche odorose e aromatiche del vino rappresenta senza dubbio l’aspetto sensoriale di maggiore rilevanza tra quelli riconducibili alla tipicità varietale di vini ottenuti da varietà di uva differenti.
I composti volatili responsabili delle caratteristiche aromatiche del vino sono numerosi e di diversa natura. Molti di essi, quelli quantitativamente più importanti, si originano nel corso della fermentazione alcolica e vengono pertanto generalmente definiti aromi di fermentazione. Tuttavia, le caratteristiche aromatiche dei vini e la loro specificità sensoriale sono spesso fortemente dipendenti da componenti volatili di altra origine, talvolta meno importanti da un punto di vista quantitativo ma, comunque, in grado di contribuire in maniera determinante all’aroma del prodotto finito (Etievant, 1991).
Molte di tali sostanze odorose derivano dall’uva e sono generalmente presenti nel vino in concentrazioni molto basse. Tuttavia, possono influenzarne in maniera considerevole le caratteristiche olfattive. Esse costituiscono la componente aromatica del vino che viene più direttamente influenzata dalla varietà di uva impiegata per la vinificazione e vengono quindi generalmente definite «varietali». Tra queste sono presenti alcuni composti di notevole interesse enologico, quali terpeni, norisoprenoidi, pirazine e composti solforati, notoriamente in grado di influenzare in maniera determinante le caratteristiche aromatiche del vino. Un’interessante caratteristica di alcuni composti volatili derivanti dall’uva, in particolare terpeni, norisoprenoidi e composti solforati, è che essi sono presenti in larga parte sotto forma di precursori non odorosi e vengono rilasciati nel corso della vinificazione e/o dell’invecchiamento del vino, con conseguente aumento della complessità aromatica (Williams, 1993).
Nel corso dell’invecchiamento, a causa del basso pH, gli esteri di fermentazione si degradano con notevole velocità, sicché il loro contributo sensoriale diventa per lo più trascurabile. Parallelamente, i composti varietali presenti sotto forma di precursori, in particolare terpeni e norisoprenoidi, vengono gradualmente rilasciati e possono quindi contribuire al profilo aromatico di insieme, determinando un aumento della complessità e della specificità aromatiche (Etievant, 1991).
Con il progredire dell’invecchiamento, quindi, il carattere aromatico del vino si modifica passando a un aroma di natura principalmente fermentativa a uno più complesso, fortemente influenzato da componenti aromatiche varietali tipiche dell’uva di origine.

Aromi dell’uva
In questa categoria ritroviamo composti quali aldeidi ed alcoli a sei atomi di carbonio (C6), terpeni, C13-norisoprenoidi e pirazine.
Nell’uva sono stati identificati diverse aldeidi e alcoli C6 (esanale, Z 3-esenale, E 2-esenale, 1-esanolo, Z e E 3-esen-1-olo, E 2-esenolo, 2,4-esadien-1-olo) dotati di bassa soglia olfattiva. In particolare il mosto fresco è ricco di aldeidi, responsabili di note odorose che ricordano l’erba sfalciata e la frutta acerba (Drawert, 1966; Hardy, 1970)
Questi odori diminuiscono con l’aumentare della maturazione dell’uva, tuttavia possono essere rilasciati nel mosto durante l’ammostatura a causa di un’azione meccanica violenta sul grappolo.
I terpeni sono i principali responsabili dell’aroma floreale del vino, essi sono particolarmente coinvolti nell’aroma dei vini Moscato, Malvasia e Gewurztraminer, del Tokay e dei vini Moscato invecchiati. I terpeni sono anche i principali responsabili del carattere floreale comune a molti vini bianchi giovani ottenuti da varietà neutre. Le molecole di natura terpenica sono presenti in quantità rilevanti anche in molti vini rossi tuttavia sembrano però svolgere un ruolo sensoriale meno significativo. All’interno di questa vasta classe di componenti volatili, gli alcoli monoterpenici sono quelli aventi il maggior impatto sensoriale. In particolare, linalolo e geraniolo sono caratterizzati da soglie di percezione notevolmente basse.
La loro concentrazione nel vino viene generalmente impiegata per caratterizzare le differenti varietà di uva. Circa il 50 % dei monoterpeni totali si ritrova nella buccia dell’uva (Park et al., 1991), tuttavia il geraniolo è associato principalmente alla buccia dell’acino d’uva mentre il linalolo è distribuito uniformemente anche nella polpa dell’acino (Wilson et al., 1986). Generalmente il contenuto in terpeni nell’uva aumenta nel corso della maturazione dell’acino fino al momento della completa maturazione per poi diminuire (Wilson et al., 1984; Gunata et al., 1985). Durante la surmaturazione dell’uva e durante l’invecchiamento del vino i terpeni subiscono diverse trasformazioni chimiche che determinano la loro diminuzione.
Per esempio la ciclizzazione del nerolo e del linalolo, l’ossidazione dovuta all’attacco dell’ossigeno singoletto e dall’attività ossidativa degli enzimi della Botrytis cinerea, determina un aumento dell’alfa-terpineolo e degli ossidi terpenici in forma furanica e piranica (Rapp e Marais, 1993).
I C13-norisoprenoidi sono dei componenti volatili raggruppabili in due categorie: strutture megastigmane e non megastigmane a 13 atomi di carbonio, prodotti dalla degradazione dei carotenoidi dell’uva come Beta-carotene, luteina, neoxantina e violaxantina. Essi presentano proprietà sensoriali di particolare interesse e sono caratterizzati da soglie di percezioni estremamente basse. I C13-norisoprenoidi svolgono un ruolo fondamentale nell’aroma varietale di alcuni vini bianchi quali Chardonnay e Riesling, e di vini rossi Merlot, Cabernet Sauvignon e Shiraz, oltre ad essere presenti in quantità sensorialmente influenti in vini di differenti varietà.
I principali composti appartenenti a questa classe chimica sono alfa e beta-ionone (soglia di percezione 2,6 e 0,09 ppb), beta-damascenone (soglia di percezione 0,05 ppb), vitispirane and 1,1,6-trimetil-1,2-diidronaftalene (TDN) (soglia di percezione 20 ppb) (Simpson 1978; Ferreira et al.).
Questi ultimi due composti, assenti nei vini giovani, si formano nel corso dell’invecchiamento per idrolisi acido-catalizzate, si ritrovano, pertanto, ad elevate concentrazioni nella frazione volatile di vini invecchiati (Rapp e Marais, 1993).
Il livello di TDN e vitispirano sembra non essere determinante per l’aroma dei vini non invecchiati (Marais et al., 1992). Il TDN ed il vitispirane, responsabili rispettivamente dell’odore di cherosene (Simpson, 1979) e canfora e/o eucaliptolo (Rapp e Mandery, 1986), sono presenti in vino ad una concentrazione compresa tra 1 e 390 ppb il primo e tra 20 e 320 ppb il secondo (Etievant, 1991). Essi sono tipici del vino Riesling invecchiato e dei vini bianchi ad invecchiamento ossidativo.
Tra i norisoprenoidi, il beta-damascenone ricopre un ruolo importante nella definizione dell’aroma del vino sia bianco che rosso. Esso presenta un odore complesso che ricorda fiori esotici (orchidea, bouganvillae, passiflora, ecc.), mele cotte e tè e benché sia spesso presente in concentrazione molto basse, può esercitare un ruolo importante nell’aroma di un vino, poiché è caratterizzato da una soglia di percezione estremamente bassa (0,05 ppb; Guth, 1997b). La sua concentrazione nel vino varia notevolmente, nel Merlot sono stati riscontrati livelli compresi tra 0,2 e 1,3 mg/L (Kotseridis et al., 1998a) mentre valori compresi tra 66 e 179 mg/L sono stati determinati nel vino Chardonnay (Simpson e Millar, 1984) e 980 mg/L nel vino Scheurebe (Guth, 1997b). La sua concentrazione è stata determinata anche in alcune varietà autoctone Italiane: nel Primitivo è presente a concentrazioni comprese tra 50 e 180 mgg/L, nell’Aglianico, Uva di Troia, Carigliano e Negroamaro tra 10 e 30 g/L, nel Fiano, Falanghina, Greco e Trebbiano tra 14 e 30 g/L (Moio et al., 2002a; Moio et al., 2004; Genovese et al., 2005; Moio et al., 2005).
Le pirazine, spesso presenti come metossi-pirazine, sono dei composti di natura aromatica la cui molecola è costituita da un nucleo di sei atomi contenenti due atomi di azoto (N) in posizione para e quattro di carbonio, uno dei quali è legato ad un gruppo metossilico ed un altro ad un radicale alchilico, la cui natura determina in gran parte le percezioni olfattive di questi composti.
La 2-metossi-3-isobutilpirazina è stata identificata per la prima volta in uno studio sui componenti volatili del peperone (Buttery et al., 1968) e successivamente insieme alla 2-metossi-3-isopropilpirazina nell’olio di resina e nei baccelli verdi (Bramwell et al., 1969; Murray et al., 1970). Le pirazine sono state identificate per la prima volta nell’uva da Bayonove et al. (1975) in uno studio sulla frazione volatile delle uve Cabernet Sauvignon, sinora sono riportate in diverse altre varietà a frutto bianco e colorato, tra cui Cabernet Franc, Merlot, Pinot Noir, Sauvignon Blanc, Chardonnay, Riesling. Nel vino questi composti costituiscono un ristretto gruppo di odoranti estremamente potenti in quanto sono dotati di una soglia di percezione estremamente bassa (10 ng/L in vino, Kotseridis et al., 1998b). La isobutilpirazina è responsabile dell’odore di peperone verde mentre la 2-metossi-3-isopropilpirazina di un odore gradevole e alcolico.
La concentrazione in metossipirazine risulta essere elevata nell’uva immatura mentre si riduce durante la maturazione (Lacey et al., 1991; Katumi e Samuta, 1999).
Infine nell’uva sono presenti differenti composti chimici che, sebbene non volatili ed inattivi sensorialmente, possono liberare durante l’invecchiamento del vino diversi componenti odorosi che vanno ad amplificare la complessità aromatica del vino (Williams et al., 1982 e 1983; Gunata et al., 1985). Queste molecole non volatili, potenzialmente odorose costituiscono quindi, dei veri e propri “serbatoi di aroma”. Generalmente possiamo distinguere precursori d’aroma di natura glicosidica e non glicosidica. I precursori glicosidici sono costituiti da una molecola volatile potenzialmente odorosa (aglicone) legata ad uno zucchero (principalmente glucosio) attraverso un legame glicosidico, che a sua volta si può legare ad una molecola di un altro zucchero aposio, arabinosio o ramnosio (Gunata et al., 1985; Voirin et al., 1990) (Figura 5).
Tutti i composti volatili varietali appartenenti alla classe dei terpeni e dei norisoprenoidi finora identificati nel vino sono presenti in forma glicosidica nell’uva di origine.
Altri componenti volatili come gli alcoli alifatici (1-esanolo, E 2-esenolo, cis 3-esenolo, 3-metil-1-butanolo), alcoli ciclici (alcol benzilico, 2-feniletanolo), fenoli volatili (vinilfenoli, vanillina, acetovanillone, benzaldeide) ed acido benzoico sono stati identificati in forma di precursori glicosidici (Williams et al., 1982; Gunata et al., 1985; Winterhalter et al., 1990; Sefton et al., 1993; 1994; Sefton, 1998). Tuttavia il contributo della componente glicosilata di tali composti volatili nel vino è minima in quanto alcuni di essi vengono sintetizzati in elevata quantità dai lieviti nel corso della fermentazione alcolica, è il caso del 2-feniletanolo, degli alcoli a sei atomi di carbonio e del vinifenolo; oppure rilasciati dal legno durante l’affinamento del vino in botte, è il caso della vanillina e acetovanillone.
Gli acidi ferulici e p-cumarico sono, invece, due precursori d’aroma di natura non glicosidica. Da essi, durante la fermentazione alcolica, nonché a seguito dell’attacco di microrganismi appartenenti alla specie Brettanoyices, possono formarsi composti volatili ad elevata attività odorosa appartenenti alla classe chimica dei fenoli (Chatonnet et al., 1992).

Aromi di fermentazione

Durante la fermentazione alcolica, i lieviti non solo sono responsabili della trasformazione degli zuccheri in etanolo ed anidride carbonica, ma producono numerosi componenti volatili minori, ma importanti dal punto di vista sensoriale, che incidono fortemente sulle proprietà organolettiche del vino. Allo stesso modo, durante la fermentazione malolattica, i batteri non provvedono soltanto alla disacidificazione del vino, quando è richiesta, ma contribuiscono ad aumentare la complessità
In questa categoria ritroviamo composti quali alcoli superiori, acidi volatili, esteri, composti carbonilici, fenoli volatili e composti solforati
Gli alcoli superiori sono classificati in alifatici ed aromatici. Gli alcoli alifatici comprendono 1-propanolo, 2-metil-1-propanolo (isobutanolo), 2 e 3-metil-1-butanolo (alcoli isoamilici). Gli alcoli aromatici consistono nel 2-feniletanolo e tirosolo. Generalmente il livello di alcoli superiori è correlato negativamente alla qualità del vino, vari autori riportano che livelli di concentrazione superiori ai 300-400 ppm nel vino ne potrebbero diminuire drasticamente la qualità (Amerine e Roessler, 1976; Ribéreau-Gayon, 1978; Bidan, 1975) apportando un odore ed un gusto pungente e/o vinoso, tuttavia livelli di concentrazione <300 ppm possono contribuire anche in maniera positiva all’aroma del vino con note fruttate (Nykanen et al., 1977; Lambrechts e Pretorius 2000; Swiegers e Pretorius 2005).
L’isobutanolo, gli alcoli isoamilici, il tirosolo ed il 2-fenietanolo si originano, nella cellula del lievito mediante la via di Ehrlich, attraverso una deaminazione seguita da una decarbossilazione e successiva riduzione degli aminoacidi valina, leucina, isoleucina, tirosina e fenilalanina.
In presenza di sostanze azotate facilmente assimilabili (sali d’ammonio, acido aspartico, acido glutammico) o di un giusto equilibrio tra aminoacidi, la produzione di alcoli superiori non è favorita, tuttavia, in particolari condizioni, quali elevata torbidità del mosto, elevata temperatura del mosto, aerazione del mosto e come principale sorgente di azoto una fonte amminoacidica, è favorita la formazione di alcoli superiori (Flanzy, 1998).
Dal punto di vista sensoriale gli alcoli isoamilici ed il 2-metil-1-propanolo hanno un odore sgradevole definito alcolico e/o cimice schiacciata e/o formaggio, viceversa il 2-feniletanolo è caratterizzato da un gradevole odore di rosa è può, quindi, contribuire positivamente all’aroma del vino (Moio et al., 2002; Ferriera et al., 2002).
I lieviti possono formare acidi grassi a media catena mediante due diverse vie: i) ossidazione delle aldeidi; ii) idrolisi dell’Acil-S-CoA, proveniente dal metabolismo dei lipidi, con formazione di acido butanoico, esanoico, ottanoico ecc.
La presenza degli acidi grassi, anche se apportano note sgradevoli descritte come formaggio e/o rancido (Ferreira et al., 2002a), sono correlati positivamente alla qualità dei vini (Marais e Pool, 1980; Bertuccioli et al., 1983) in quanto vengono prodotti in quantità maggiori in vini di qualità simultaneamente agli esteri etili di cui è ben dimostrato che sono correlati agli acidi stessi. Infatti, per esterificazione tra alcool etilico e gli acidi carbossilici presenti sotto forma di Acil-S-CoA, si formano i principali esteri del vino (butanoato, esanoato, ottanoato, decanoato di etile) caratterizzati da un aroma genericamente definito come fruttato (Etievant, 1991).
Dall’esterificazione tra alcoli isoamilici (2+3-metil-1-butanolo) e l’acetil-CoA ha, invece, origine l’acetato di isoamile (2-3-metilbutil acetato) responsabile dell’odore di banana mentre tra l’etanolo e l’acetil-CoA ha origine l’acetato di etile.
La presenza nel vino di tali composti è auspicabile, in quanto conferiscono al vino odori di frutta fresca e di frutta esotica, ad eccezione dell’acetato di etile che quando supera la concentrazione di 100 mg/L in vino risulta avere un odore sgradevole (Ribéreau-Gayon, 1978).
Il livello di questi componenti odorosi nel vino è influenzato dalle modalità di conduzione della fermentazione alcolica. Il ceppo di lievito, la mancanza di amminoacidi, l’elevato livello di ioni ammonio o asparagina, le basse temperature di fermentazione, le strette condizioni di anaerobiosi durante la fermentazione ed il basso pH del mosto sono alcuni dei principali fattori che conducono ad una minore o maggiore produzione dei prodotti di fermentazione nel vino.
I fenoli volatili ed i derivati fenolici quali etilfenoli, vinilfenoli, eugenolo, isoeugenolo, metossieugenolo, guaiacolo, siringolo, cresolo, benzaldeide e vanillina sono altri componenti volatili che incidono sull’aroma del vino. Non tutti hanno influenza positiva sull’aroma del vino, in particolare il 4-etilfenolo ed il 4-etilguaiacolo nei vini rossi sono stati ritenuti responsabili degli “off-flavours” tipicamente descritti come fenolico ed animale (Dubois, 1983). Generalmente nei vini rossi la concentrazione degli etilfenoli è più elevata rispetto a quella dei vinilfenoli (4-vinilfenolo, 4-vinilguaiacolo) mentre questi ultimi sono presenti in concentrazioni più elevata nei vini bianchi a cui conferiscono note speziate.
Il 4-vinilguaiacolo e 4-vinilfenolo, presenti nel mosto in tracce, vengono prodotti principalmente dai lieviti durante la fermentazione (Baumes et al., 1988), attraverso una decarbossilazione rispettivamente degli acidi trans p-cumarico e trans ferulico (Dubois, 1983). In particolar modo i lieviti Brettanomyces sono noti per la loro abilità a formare i vinilfenoli nel vino (Chatonnet et al., 1995). In un secondo momento i vinilfenoli possono essere convertiti per riduzione in etilfenoli (Chatonnet et al., 1992). Oltre all’attività metabolica dei lieviti altri fattori come l’affinamento in legno del vino possono determinare un incremento dei fenoli volatili in particolare ciò è stato riscontrato per il 4-etilguaiacolo ed il 4-etilfenolo (Pollnitz et al., 2000b).
Generalmente i composti solforati, presenti nel vino a bassissime concentrazioni, sono responsabili di odori sgradevoli e sono dotati di soglie di percezione estremamente basse. In base alla loro struttura chimica è possibile distinguerli in cinque categorie: sulfidi, polisulfidi, composti eterociclici, tioesteri e tioli. Uno studio condotto sull’aroma varietale del vino Sauvignon Blanc e successivamente in altri vini ha permesso di identificare molti composti solforati appartenenti alla famiglia dei mercaptani (tioli e tioesteri): 4-mercapto-4-metilpentan-2-one, 3-mercaptoesanolo, 3-mercaptoesilacetato, 3-mercapto-3-metilbutanolo, 4-mercapto-4-metilpentanolo, 2-mercaptoetilacetato, 3-mercaptopropilacetato (Darriet et al., 1995; Tominaga et al., 1998a; Lopez et al., 2003) (Figura 8). Genericamente i composti solforati vengono associati a seri difetti di odore, questo non è il caso dei mercaptani che al contrario apportano note positive all’aroma de vino.
L’aroma del 4-mercapto-4-metilpentanolo e del 3-mercaptoesanolo ricordano la nota di limone, pompelmo e frutto della passione; mentre l’odore del 3-mercapto-3-metilbutanolo è simile a quello del porro cotto. Il 3-mercaptoesilacetato ricorda l’aroma del frutto della passione, del bosso e della ginestra. Il 2-mercaptoetilacetato e 3-mercaptopropilacetato possono, invece, partecipare alla formazione dell’aroma tostato e grigliato spesso percepibile nel vino (Mestres et al., 2000). La percezione sensoriale del 4-mercapto-4-metilpentan-2-one è correlata alla sua concentrazione, infatti, può variare da quella di ribes nero, a basse concentrazioni, a quella di pipì di gatto, ad alte concentrazioni (Pearce et al., 1967; Darriet et al., 1995; Guth, 1997a).
Altri studi di carattere sensoriale hanno consentito, invece, di evidenziare il loro fortissimo impatto sull’aroma del vino, segnalando soglie di percezione fino a 0,8 ng/L per il 4-mercapto-4-metilpentan-2-one (Bouchilloux et al.,1996). Il 4-mercapto-4-metilpentan-2-one è stato identificato nei vini Scheurebe, Sauvignon Blanc, Gewurztraminer, Riesling, Colombard, Petit Manseng, Semillon, Cabernet Sauvignon e Merlot (Aznar et al., 2001; Guth, 1997a; Tominaga et al., 1998a; Tominaga et al., 1998c; 2000a; Murat et al., 2001a) e la concentrazione riscontrata è compresa tra 0 e 30 ng/L (Darriet et al., 1995; Tominaga et al., 2000a; Mestres et al., 2000).
Anche se importanti nella definizione del carattere varietale di alcuni vini, questi composti solforati non sono mai stati ritrovati in mosto d’uva. Infatti il 4-mercapto-4-metilpentan-2-one è presente nell’uva in forma legata ad un precursore non volatile: 4-(4-metilpentan-2-one)-L-cisteina (Tominaga et al., 1995) per poi essere liberato nel corso della fermentazione alcolica mediante l’attività enzimatica di alcuni lieviti (Tominaga et al., 1998b; Murat et al., 2001b; Howell et al., 2004).
Il dimetil sulfide contribuisce, se a basse concentrazioni, all’aroma dei vini invecchiati con note odore di asparagi. Probabilmente la sua formazione avviene durante la maturazione del vino ad opera dei lieviti mediante la degradazione della S-metil-L-metionina ad omocisteina e dimetil sulfide. In generale tale formazione è comunque legata al metabolismo della cisteina e cistina o glutadione nei lieviti (Rauhut, 1993). Un altro meccanismo di formazione dei polisulfidi (dimetil sulfide, dimetil trisulfide e trimetil tetrasulfide) è l’ossidazione dei mercaptani, infatti dall’ossidazione del metil mercaptano ha origine per esempio il dimetil sulfide. I lieviti, invece, sono in grado di ridurre i sulfidi in mercaptani. La concentrazione dei polisulfidi che generalmente viene riscontrata in vino varia da 0,09 a 53 g/L (Ferreira et al., 2002a).
Anche l’etandiolo contribuisce all’aroma dei vini. Esso deriva dalla reazione che avviene tra l’idrogeno solforato e l’etanolo o l’acetaldeide (Rauhut, 1993).
Il furfuriltiolo è stato identificato nei vini rossi di Bordeaux, i bianchi Petite Manseng ed anche nel legno tostato (Tominaga et al., 2000b). Esso è dotato di una soglia di percezione bassissima di 0,4 ng/L (Tominaga et al., 2000b) e di un odore tostato che ricorda il caffè (Blanchard et al., 2001). La sua origine in vino è dovuta ad opera dei lieviti alla trasformazione del furfurale durante la fermentazione in botti di legno (Blanchard et al., 2001). Gli stessi autori evidenziarono anche che la produzione del furfuriltiolo è bloccata quando vi è aggiunta di azoto, come asparagina, in quanto la sua produzione è legata agli anioni HS- che non vengono prodotti quando si aggiunge solfato di ammonio durante la fermentazione.
Dal metabolismo della metionina (via di Ehrlich) ha origine il 3-metiltio-1-propanolo responsabile dell’odore di cavolfiore (Mestres et al., 2000), il quale a sua volta può originare, mediante esterificazione, il 3-metiltiopropil acetato dotato di un odore che ricorda i funghi o l’aglio. Dalla omocisteina e dala cisteina possono essere sintetizzati dai lieviti il 4-metiltio-1-butanolo e 2-mercaptoetanolo responsabili rispettivamente degli odori di aglio e pollame (Mestres et al., 2000).
Il 2,3-butandione (diacetile) è uno dei principali componenti aromatici dei prodotti lattiero caseari. Il diacetile contribuisce all’aroma del vino con un odore di burro se è presente in concentrazione non superiore ai 5-7 mg/L diversamente risulta essere indesiderato (Davis et al., 1985). I lieviti ed i batteri malolattici contribuiscono entrambi alla produzione del diacetile nel vino, tuttavia la concentrazione del diacetile prodotta dai lieviti durante la fermentazione alcolica è normalmente inferiore alla soglia di percezione (Martineau e Henick-Kling, 1995). Al contrario, i batteri malolattici producono grandi concentrazioni di diacetile durante la fermentazione malolattica, risultando uno dei principali componenti volatili prodotti da Oenococcus oeni. La formazione e la degradazione del diacetile è direttamente legata al metabolismo degli zuccheri, acido malico ed acido citrico dei batteri. Esso è prodotto come metabolita intermedio nella reazione di riduzione dell’acido piruvico a 2,3-butandiolo (Ramos e Santos, 1996).

Aromi derivanti dall’affinamento in legno
In questa categoria è possibile inserire gli aromi dovuti a l’impiego di particolari tecnologie. Per esempio, l’utilizzo di botti di rovere determina una aromatizzazione del vino con conseguente aumento della complessità aromatica. Le caratteristiche organolettiche del vino elaborato in barriques sono comunque influenzate da diversi fattori come la composizione del vino stesso, dall’origine botanica e geografica del legno di rovere impiegato per la fabbricazione delle barriques e dal tipo di stagionatura e tostatura alla quale il legno viene sottoposto prima della fabbricazione di questi contenitori.
Il ruolo aromatizzante delle barriques è stato particolarmente studiato per i vini provenienti dalle uve Cabernet-Sauvignon, Pinot noir e Aglianico (Dubois et al., 1971; Dubois, 1989; Chatonnet et al., 1990; Moio et al., 1999; Pérez Prieto et al., 2002). I componenti odorosi con elevata importanza olfattiva identificati nei vini affinati in legno di rovere sono la vanillina, dal tipico odore di vaniglia e cioccolato; il guaiacolo che ricorda note di affumicato; il 4-metil guaiacolo, il 4-vinil guaiacolo, l’eugenolo dal caratteristico odore di chiodi di garofano, gli isomeri cis e trans della 3-metil-gamma-lattone dall’odore di noce di cocco e il furfurale dall’odore di mandorla. I whisky lattoni (cis e trans della 3-metil-gamma-lattone) sono presenti naturalmente nel legno e la loro concentrazione aumenta per effetto della stagionatura e tostatura del legno (Sefton et al., 1993a). I fenoli volatili e le aldeidi fenoliche derivano, invece, dalla degradazione della lignina mentre il furfurale dalla termolisi della cellulosa ed emicellulosa insieme alla reazione di Maillard durante la fabbricazione delle barriques (Sefton et al., 1990; Hale et al., 1999).
In ogni modo, i vini invecchiati in barriques risultano essere meno dotati in note floreali e fruttate dei vini non invecchiati in legno, ciò è dovuto alla diminuzione dei componenti volatili di origine fermentativa durante il processo di invecchiamento in legno (Moio et al., 1995; Escalona et al., 2002).



TECNOLOGIA DI VINIFICAZIONE E QUALITÀ AROMATICA DEI VINI AUTOCTONI

L’ottenimento di vini con elevate caratteristiche di tipicità e complessità aromatiche è legato all’impiego di tecniche di vinificazione attraverso le quali sia possibile ottimizzare il contributo delle componenti aromatiche di fermentazione e varietale in funzione della tipologia di prodotto che si desidera ottenere.
In tal senso, tuttavia, l’avanzamento delle conoscenze scientifiche sui vitigni Cabernet Sauvignon, Merlot, Pinot nero, Grenache, Syrah, Chardonnay, Sauvignon, Semillon, oramai ampiamente diffusi in tutte le aree viticole del mondo, ha fortemente condizionato l’evoluzione della tecnologia enologica, per cui molti processi ottimizzati per tali varietà sono stati erroneamente ritenuti universalmente validi e spesso trasferiti integralmente ad altre varietà di uva, senza tener conto che la chimica dei componenti volatili, delle frazioni polifenolica, proteica e pectica, dei costituenti di natura glucidica e acidica, risultano per queste varietà «minori» del tutto sconosciute.
Tale processo di omologazione delle tecnologie di vinificazione, peraltro ormai ampiamente diffuso, risulta particolarmente penalizzante per Paesi come l’Italia, caratterizzati da un vastissimo patrimonio di cultivar autoctone le cui potenzialità enologiche vengono spesso sottovalutate a causa della carenza di conoscenze specifiche relative alle caratteristiche peculiari di ciascuna uva e di conseguenza al tipo di vinificazione che maggiormente si adatta all’espressione di tali potenzialità.
Nel corso degli ultimi anni sono state da noi condotte prove sperimentali di vinificazione volte all’individuazione di pratiche enologiche in grado di migliorare l’espressione delle caratteristiche aromatiche varietali e il potenziale di invecchiamento di vini bianchi e rossi ottenuti da cultivar autoctone dell’Italia meridionale (William, 1993).

Falanghina
Influenza del trattamento di chiarifica prefermentativa sulla frazione aromatica varietale del vino Falanghina (Moio et al., 2002b e 2004b).
 I trattamenti di enzimaggio e chiarifica (EC) e di enzimaggio, chiarifica e filtrazione (ECF) sono stati realizzati impiegando una miscela di chiarificanti (bentonite, caseina, gelatina, gel di silice). Le analisi condotte sui campioni di mosto hanno evidenziato una forte influenza del tipo di trattamento sul contenuto di precursori d’aroma, in particolare per i mosti ottenuti mediante l’impiego di chiarificanti.
Al termine della fermentazione alcolica i vini ottenuti mediante i trattamenti EC ed ECF sono risultati caratterizzati dalla minor concentrazione di terpeni presenti in forma odorosamente attiva. L’impiego di trattamenti spinti di chiarifica del mosto determina, dunque, una riduzione della concentrazione di importanti composti volatili varietali del vino, con una conseguente riduzione della complessità e della tipicità aromatiche. Allo stesso modo, la concentrazione di precursori d’aroma glicosidici dei vini è correlata negativamente all’intensità del trattamento di chiarifica e dunque trattamenti più spinti determinano una diminuzione del potenziale di invecchiamento del vino Falanghina.
Per la vinificazione ad «elevata protezione antiossidante» HAMP (Hight autioxidant must protection) è stata realizzata una protezione antiossidante del mosto, data dall’impiego di elevate dosi di SO2 e acido ascorbico. Inoltre, le fasi di diraspapigiatura e chiarifica sono state condotte in atmosfera di azoto.
L’impiego di un’elevata protezione antiossidante del mosto ha determinato un significativo aumento della concentrazione di esteri prodotti dai lieviti durante la fermentazione alcolica. Tali componenti sono direttamente correlati al carattere fruttato dei vini giovani, ed è dunque probabile che un loro incremento determini una maggiore intensità aromatica del vino.
Dopo 14 mesi, i vini ottenuti con tecnologia a «bassa protezione antiossidante» LAMP (Bow antioxidant must protection) hanno mostrato un contenuto di esteri pari a quello presente nei vini AMP all’inizio dell’invecchiamento. Inoltre, la tecnologia HAMP ha consentito di preservare con maggiore efficacia importanti composti varietali come il linalolo, rallentando la trasformazione di questo in α-terpineolo, dotato di un minor impatto sensoriale. La protezione antiossidante del mosto rappresenta, quindi, un’interessante opzione per l’incremento del contributo della componente aromatica di fermentazione al profilo aromatico di insieme del vino, nonché per un migliore controllo dell’evoluzione della componente aromatica varietale nel corso dell’invecchiamento.
Fiano
Effetto di una avanzata maturazione dell’uva sull’aroma del vino bianco (Genovese et al., 2006).
Il vino Fiano ottenuto da uva surmatura risulta dominato da note odorose di agrumi, albicocca secca, fichi secchi, prugna, floreale, miele e noce di cocco. Questo quadro aromatico risulta molto simile a quello di vini ottenuti con la stessa tecnologia ma con uve differenti. Questo risultato indica che con la degradazione della buccia, che si verifica durante l’appassimento dell’uva, nel caso delle uve non ricche in terpeni, indipendentemente dalla cultivar si possono produrre le stesse molecole odorose.
I risultati delle analisi strumentali hanno indicato che le principali molecole appartengono alle classi chimiche dei terpeni, C-13 norisoprenoidi, lattoni ed aldeidi. Questi componenti volatili, dunque, sono correlati positivamente al grado di maturazione delle uve fornendo un contributo determinante all’aumento della complessità aromatica del vino.

Oenococcus Oeni
Idrolisi di precursori d’aroma glicosilati nel corso della fermentazione malolattica (Ugliano et al., 2003; Ugliano e Moio, 2003). Il contributo della fermentazione malolattica (FML) all’espressione delle caratteristiche aromatiche varietali del vino è stato studiato in un sistema modello messo a punto in laboratorio, al fine di simulare in condizioni controllate il processo di FML. La capacità di quattro preparati commerciali di batteri lattici Oenococcus oeni (EQ 54, Lalvin O.S.U., Uvaferm Alpha e Lalvin 31) di idrolizzare precursori d’aroma glicosilati del vino è stata valutata in un sistema modello contenente precursori estratti da vino Moscato.
A pH 3,4 è stata osservata, per tutte le colture, una diminuzione della concentrazione di precursori, accompagnata da un proporzionale aumento dei relativi composti volatili.
Quando la fermentazione malolattica è stata condotta a pH 3,2, è stata osser vata una di-minuzione della capacità idrolitica per i preparati Uvaferm Alpha e Lalvin 31.
Le concentrazioni di composti volatili rilevate nei vini sintetici al termine della fermentazione malo-lattica suggeriscono che O. oeni è in grado di modificare le caratteristiche sensoriali del vino attraverso l’idrolisi dei precursori d’aroma glicosilati, contribuendo all’espressione del potenziale aromatico varietale.

domenica 13 febbraio 2011

da consumarsi preferibilmente entro....


















Il decr.to leg.vo 109/92 (testo base sull'etichettatura dei prodotti alimentari) dedica all'argomento due articoli distinti: 

Art. 10 - Termine minimo di conservazione (TMC)
"1. Il termine minimo di conservazione è la data fino alla quale il prodotto alimentare conserva le sue proprietà specifiche in adeguate condizioni di conservazione; esso va indicato con la dicitura "da consumarsi preferibilmente entro" quando la data contiene l'indicazione del giorno o con la dicitura "da consumarsi preferibilmente entro la fine" negli altri casi, seguita dalla data oppure dalla indicazione del punto della confezione in cui essa figura....".
 
Art. 10 bis - Data di scadenza
"1. Sui prodotti preconfezionati rapidamente deperibili dal punto di vista microbiologico e che possono costituire, dopo breve tempo, un pericolo per la salute umana, il termine minimo di conservazione è sostituito dalla data di scadenza; essa deve essere preceduta dalla dicitura "da consumarsi entro" seguita dalla data stessa o dalla menzione del punto della confezione in cui figura."
 
Come si evince, quindi, esistono due categorie di prodotti: quelli "rapidamente deperibili" (per i quali è corretto impiegare il termine "scaduto") e gli altri. Questi ultimi non possono "scadere" in quanto il TMC non costituisce un "limite perentorio", ma unicamente "la data entro la quale il prodotto alimentare conserva le sue proprietà (organolettiche e nutrizionali) in adeguate condizioni di conservazione". 

Infatti, mentre la legge proibisce in modo esplicito  "la vendita dei prodotti che riportano la data di scadenza a partire dal giorno successivo a quello indicato sulla confezione", nulla dice in merito agli altri.
E' per questo motivo che parlare in modo generico di prodotti scaduti non fa altro che alimentare confusione e paure infondate nel consumatore.
Ma perchè si indica il termine minimo di conservazione (TMC)?
Una delle domande che il produttore si pone, nel momento in cui decide di porre in commercio un determinato alimento, è la seguente: "Qual'è  la sua shelf-life? (che in italiano può essere tradotta come “vita commerciale”, “vita di scaffale” o “stabilità durante la conservazione)"
La vita di un alimento, infatti, è legata a svariati fattori (composizione, tipologia dei materiali di confezionamento, ecc.), tutti gestiti dal fabbricante il quale, dopo opportune verifiche, stabilisce, appunto il TMC, in pratica comunicando una data al consumatore entro cui ritiene che il suo prodotto possa amere la migliore qualità possibile.

E poi? Cosa succede al prodotto a partire dal giorno successivo? Qualcuno può ragionevolmente immaginare che, nel giro di 24 ore si possa passare dall'ottimo al pessimo? Certo no.
In realtà, il prodotto comincerà a modificarsi, perdendo via via le sua caratteristiche peculiari (a seconda dei casi: croccantezza, friabilità, morbidezza, fragranza, sapore, profumo, colore, ecc.).
Solo dopo un certo tempo (funzione sia della tipologia del prodotto, sia della presenza di "cause esterne") il prodotto potrà divenire fonte di pericolo per la salute del consumatore.
Le cause esterne cui abbiamo accennato sono molteplici: tra queste troviamo, ad esempio,  le cattive condizioni di conservazione

Ecco la precisazione tratto da una sentenza della Cassazione:
"...il termine minimo di conservazione è la data fino alla quale il prodotto conserva le sue proprietà specifiche in adeguate condizioni di conservazione. Di conseguenza, poiché la perdita delle proprietà specifiche (fragranza, morbidezza, consistenza, odore, sapore, sapidità, retrogusto, ecc....) si risolve nel semplice impoverimento delle caratteristiche che rendono il prodotto appetibile e particolarmente gradito al consumatore, ma non significa degenerazione del prodotto stesso nei sensi richiesti dalla legge n. 283 per la configurabilità delle contravvenzioni di cui alle lettere "a-c-d-" dell'art. 5, se ne deve inferire che il superamento di detta data, non incidendo sull'igiene e sulla commestibilità dell'alimento, resta di per sé indifferente per il diritto penale e non autorizza l'equiparazione di cui si tratta. Naturalmente nulla toglie che non solo dopo (in rapporto al tempo trascorso) ma anche prima di detta data, per inadeguatezza delle condizioni di conservazione o per altra causa, l'alimento possa aver subito alterazioni o degradazioni; si tratta però di eventi che, per aver rilevanza penale, devono essere dimostrati in concreto con i normali mezzi di prova: prime - fra tutti - le analisi chimiche e microbiologiche.".
 
Quindi: 

  1. prodotti caratterizzati dalla menzione "da consumarsi entro il...": a partire dal giorno successivo a quello indicato, possono essere correttamente definiti "scaduti" e la loro vendita è proibita
  2. prodotti caratterizzati dalle menzioni "da consumarsi preferibilmente entro..." o "da consumarsi preferibilmente entro la fine...": il semplice superamento della data indicata non costituisce, di per sé, indice di reato né presenza di prodotto non commestibile o addirittura pericoloso: la situazione deve essere valutata caso per caso (e, comunque, non è corretto parlare di prodotto scaduto!).

sabato 12 febbraio 2011

Storia del vino 2: il Müller Thurgau

Il müller thurgau è un vitigno a bacca bianca di cui è nota l’esatta data di nascita, il 1882. 
Herman Müller, un professore della stazione enologica di Geisenheim in Germania, nativo di Thurgau in Svizzera, creò un nuovo vitigno per mezzo dell’impollinazione floreale.
chasselas
riesling
Egli incrociò un vitigno “padre”, il riesling , con il fiore di un vitigno “madre”, il sylvaner. E' stato dimostrato però, tramite moderni ed accurati studi del  suo patrimonio genetico, che il secondo vitigno non era il sylvaner ma lo chasselas, coltivato anche  in Italia e conosciuto come Marzemina bianca. 

riesling x chasselas = müller thurgau





Il müller thurgau è diffuso in tutto il mondo ma il Trentino è diventato subito e resta ancora oggi la terra d’elezione di questa uva dai grappoli verde-oro. Il vitigno ha trovato l’accoglienza ideale nella Valle di Cembra,  che offre zone con un’ottima insolazione ma in un clima piuttosto fresco. Questa regione, come dicono i suoi abitanti, è ricca grazie ad un oro bianco, che è appunto il müller thurgau, e ad un oro rosso, che è il porfido. Proprio questo minerale dona mineralità e sapidità alle uve e quindi al vino. Questo presenta sfumature diverse sia ad un primo esame visivo che ai successivi esami gusto - olfattivi. Il colore può andare da un paglierino intenso con riflessi verdognoli ad un paglierino brillante con riflessi dorati e luminosi. I rofumi spaziano da note di erbe, salvia e fiori freschi a sentori di pesca, ananas, banana, agrumi e pure frutta secca. In bocca, con un gusto caratterizzato da una discreta sapidità e acidità, lascia una gradevole sensazione di freschezza e una buona persistenza dei sapori.

venerdì 11 febbraio 2011

Storia del vino: l'incrocio Manzoni.

Sembrerebbe una banale indicLuigi_manzoniazione stradale e invece è una tecnica con cui si è dato vita a nuovi vitigni nella prima metà del 900.
Luigi Manzoni (nella foto), dopo essersi laureato a Pisa in scienze agrarie,  nel 1912 diventò prima docente - ricercatore e infine preside della Scuola Enologica di Conegliano nel 1933. Durante gli anni in cui fu titolare della cattedra di Scienze e Patologia vegetale, mise in atto una serie di esperimenti sulla genetica della vite che portarono alla creazione dei famosi "Incroci Manzoni".
La linea guida degli esperimenti era principalmente di incrociare un vitigno autoctono della provincia di Treviso con una tipologia di vite internazionale. Gli esperimenti generarono numerosi incroci ma soprattutto due conquistarono fama grazie alle loro caratteristiche viticole ed enologiche:
  • Il Manzoni bianco 6.0.13: sicuramente questo è l'incrocio più famoso fra quelli messi a punto dal prof. Luigi Manzoni. Il Manzoni bianco nasce dall'incrocio tra il riesling renano e il pinot bianco. Questo si adatta facilmente  a climi e terreni molto diversi tra loro ed ha una produzione contenuta. Il grappolo è piccolo e mediamente compatto, formato da acini medi - piccoli di colore giallo tendente al verde con una buccia spessa. Il Manzoni bianco 6.0.13 è previsto in molte disciplinari di produzione come, ad esempio, quella della DOC Bianco dei Colli di Conegliano. Quando viene vinificato in purezza dà vita a vini con un buon corpo, con profumi fini e delicati e leggermente aromatici con sentori di mela, albicocca e ananas. Inoltre, hanno generalmente un colore paglierino intenso e nel complesso sono molto equilibrati. I vini prodotti con uve di Manzoni bianco sono ottimi serviti freschi come aperitivo, ma possono anche essere abbinati a piatti a base di pesce e verdure.
  • il Manzoni rosso 2.15: questo incrocio è conosciuto anche con il nome Manzoni nero ed è stato prodotto incrociando prosecco e cabernet sauvignon. Il vitigno si caratterizza per una vigoria vegetativa elevata e per una maturazione tardiva delle uve che produce. Le foglie sono tendenzialmente grandi, mentre il grappolo è medio, generalmente alato e cilindrico -piramidale. L'uva di questo vitigno rientra nelle disciplinari di produzioni della DOC Colli Euganei, della DOC Colli di Conegliano e in altre ancora. Il vino prodotto in purezza è di colore rosso violaceo intenso, caratterizzato da una alcolicità elevata, lievemente tannico e ricco di profumi fruttati.

Oltre a questi due vitigni creati dal professore della scuola di Conegliano che sono sicuramente i più noti, ricordiamo anche il Manzoni rosa 1.50, nato dall'incrocio di trebbiano e traminer, e  il Manzoni moscato 13.0.25, nato dall'incrocio di raboso Piave e moscato Amburgo.

giovedì 10 febbraio 2011

La reazione di Maillard


 La reazione di Maillard è forse la più importante reazione chimica della cucina. Dal pane alla torta, dalla bistecca alle patatine fritte passando per il caffé tostato, la reazione di Maillard è quella che attribuisce ai cibi il tipico aspetto bruno e il gusto di cibo cotto. Si tratta quindi di un effetto desiderabile. L'unica cautela è non esagerare, per non rischiare di bruciare la portata.


Alcuni esempi di reazione di Maillard
  • La crosta del pane e della crostata
  • La doratura nei soffritti e nei fritti (cipolla, patatine, cotoletta, etc.)
  • La crosticina della bistecca (il segreto per un'ottima bistecca è favorire una buona reazione di Maillard e insieme salvaguardare il contenuto di liquidi del taglio di carne)
Che cos'è la reazione di Maillard?

La reazione di Maillard avviene durante l'interazione nella fase di cottura di carboidrati e proteine ed è significativa solo a temperature superiori a 140 gradi. I composti formano degli aggregati odorosi tipici, molto apprezzati e attraenti per il palato.
La reazione di Maillard in realtà non è una sola, ma è costituita da una serie di fenomeni che si innescano in tre fasi: la prima non presenta effetti visibili, mentre causa la degradazione di certi amminoacidi essenziali come la lisina. La seconda è responsabile della formazione dei composti odorosi tipici del cibo cotto; la terza vede invece la nascita di grosse molecole che conferiscono il tipico colore bruno al cibo. Il "gusto di carne", per esempio, che può essere estratto e usato in brodi o altri alimenti, è essenzialmente il gusto dei composti di Maillard.
La reazione di Maillard da origine a numerosissimi composti diversi, non tutti identificati e la cui chimica è ancora in parte da svelare. Tuttavia è noto che queste reazioni sono favorite da un ambiente leggermente basico e dalla presenza di metallo. Infine, trattandosi di una reazione tra carboidrati e proteine, è evidente che si otterrà una buona reazione di Maillard se questi sono presenti in grandi quantità.

Consigli per favorire la reazione di Maillard

Per una buona reazione di Maillard la temperatura dovrebbe restare tra i 140 e i 180 gradi, mentre la superficie di contatto con l'alimento dovrebbe essere in metallo.
Alcuni alimenti come le carni bianche possono essere poveri degli zuccheri necessari. In questo caso si possono aggiungere vino, limone o arancia, oppure fare una leggera glassatura col miele. Il comune zucchero da cucina invece, il saccarosio, così com'è non va bene. Perché favorisca la reazione di Maillard è necessario che sia scomposto nei suoi componenti principali, glucosio e fruttosio, ciò che si può ottenere combinandolo con vino o altre sostanze acide come il limone. Per questa ragione la marinata è un ottimo accorgimento per favorire la reazione di Maillard.
L'aggiunta di sostanze basiche come il bicarbonato da cucina, infine, costituisce un forte acceleratore delle reazioni di Maillar (guarda il video, a sinistra viene aggiunto bicarbonato di sodio )